E’ primavera, il Fai schiude

A Torino e in Piemonte un appuntamento per scoprire un patrimonio salvato grazie all’impegno
ANNA SARTORIO
Ci sono luoghi vicini che non sappiamo. Magari conosciamo a memoria ogni svincolo di New York, ma la chiesa sotto casa resta un mistero dietro a un portone. Ci passiamo davanti e siamo così assuefatti da non vederla più. Peccato: la scoperta non fa necessariamente rima con lontananza. Ecco allora il senso delle Giornate Fai di primavera (sabato 28 e domenica 29 marzo, visite gratuite): scoprire il bello e il buono di casa nostra; monumenti spesso inaccessibili in centinaia di posti diversi, tutti chiamati Italia. Un patrimonio da conoscere e magari difendere: per esempio dall’ignoranza.

Torna così un weekend d’avventura, 17ª edizione. Per 48 ore, 210 località italiane (per un totale di 580 beni culturali, ambientali e architettonici) sono a disposizione di tutti, e senza nemmeno doversi fare troppi chilometri. Solo in Piemonte ce n’è che non basterebbe un mese, tra siti archeologici e basiliche, palazzi antichi e moderni, borghi medievali. Come la Contrada del Borgo a Lanzo Torinese, dove si possono visitare torri e chiese normalmente chiuse al pubblico, che fa il paio col vicino Eremo dei Camaldolesi, luogo dal destino camaleontico divenuto – nei secoli – monastero, ricovero per militari e sanatorio per donne affette da tubercolosi.

Chi preferisce non allontanarsi da Torino può partire dal suo cuore, piazza della Consolata, alla scoperta degli edifici che vi si affacciano (la basilica, la torre romanica, palazzo Collino De Vecchi, palazzo Rizzetti), ma anche inoltrarsi nella galleria della chiesa, con le sue pareti colme di venerazione popolare sotto forma di ex voto; mentre i soci Fai (anche quelli di ultimissima iscrizione) potranno salire fin sulla torre campanaria.

Anche a Torino, d’altronde, c’è modo di visitare luoghi altrimenti inaccessibili. Per esempio palazzo Richa in via Santa Teresa 10 (dove sabato alle 16 e alle 17 si terrà un concerto di clavicembalo), edificio seicentesco rielaborato tra il 1730 e il 1742 da Filippo Juvarra, con una salita d’accesso al piano nobile ispirata al celebre «scalone delle forbici»: quello che l’architetto realizzò per Palazzo Reale. Oppure la chiesa di Santa Pelagia, in via San Massimo 21, costruita in bilico tra barocco e neoclassico tra il 1769 e il 1772. Anche qui si terrà un concerto con musiche d’epoca, stavolta di fortepiano (sabato 28 alle 11,30).

Per gli sportivi (e i mattinieri) la cultura si scopre in bicicletta. Domenica alle 7,40 – da Porta Susa – partirà un percorso di 60 chilometri verso tanti paesini dei dintorni, da Strambino a Viverone, da Borgo d’Ale a Vestigne. Né mancheranno itinerari (un po’ meno a perdifiato) a Baldissero, alla scoperta di antiche cappelle; a Caravino, nel celebre Castello di Masino; a Ivrea, con la possibilità – per i più pigri – di scegliere tra un percorso completo (Museo d’architettura moderna e chiesa del convento di San Bernardino) e uno più breve.

Di grande fascino sono poi i ponti, anche se per questi è necessario un viaggio un po’ più lungo: destinazione Vercelli. Ecco allora l’ottocentesco ponte sospeso sul Sesia (a Varallo), un tempo usato per trasportare i minerali di ferro raccolti in zona alle fabbriche di trasformazione, tappa anche storica nello sviluppo industriale d’un pezzo d’Italia; e l’omonimo ponte a Vocca, ancora originale nella struttura del 1842: caso unico che testimonia un’ingegnosa architettura di cavi di sospensione e fili di ferro.

Nel capitolo del «come eravamo» c’è poi il Museo della Civiltà contadina a Borgomanero (Novara) che, nelle sale di un edificio del 1603 (palazzo Bona), ripercorre la quotidianità di una civiltà agricola oggi scomparsa, attraverso attrezzi d’uso comune e arredi, fotografie, ricostruzioni d’epoca e perfino immagini sacre. I nostri antenati, d’altronde, erano in gran parte così: lavoratori della terra e devoti a chi, con la sua volontà, poteva scatenare una carestia o concedere una messe abbondante, facendo la differenza tra la sopravvivenza e la morte.

Ma l’avventuroso weekend alla scoperta delle bellezze d’Italia non è a uso esclusivo degli italiani. Anzi. A Torino, città multiculturale, sabato sono previste una serie di visite guidate in lingua francese, inglese, spagnola, araba e rumena (in piazza Castello; orario 14-17). Perché anche i torinesi d’origine straniera possano conoscere la loro nuova città e la sua storia.

 

fonte : http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplrubriche/torinosette/grubrica.asp?ID_blog=132&ID_articolo=531&ID_sezione=294&sezione=

Cervello: scoperta la parte che contiene i ricordi più dolorosi

Cervello: scoperta la parte che contiene i ricordi più dolorosi
Lo studio potrebbe portare progressi nella cura dello stress post traumatico
TORONTO (13 marzo 2009) – Ricordate il film “Se mi lasci ti cancello”? Presto cancellare i ricordi spiacevoli potrebbe non essere più una fantasia ma realtà. Una ricerca canadese è infatti riuscita a trovare il luogo dove il cervello conserva le brutte memorie. Gli studiosi del Sick Children Hospital di Toronto si sarebbero anche spinti oltre, riuscendo a localizzare le cellule del cervello traumatizzate e a cancellarle. Lo studio è stato pubblicato su Science, e potrebbe aprire le porte alla cancellazione di memorie che rischiano di causare condizioni mentali post-traumatiche. “Non vogliamo cancellare ogni aspetto della memoria – precisa Michael Salter, responsabile del progetto – la soluzione migliore sarebbe quella di minimizzare il collegamento tra memoria ed emozioni negative prodotte in questo contesto”.

fonte : http://www.4minuti.it

Ecco la cura tutta italiana per l’Alzheimer

La scoperta, avvenuta per caso, è stata fatta dai ricercatori dell’Istituto Besta di Milano in collaborazione col Mario Negri.

Un importante e significativo passo avanti verso la cura dell’Alzheimer arriva proprio dall’Italia. I ricercatori dell’Istituto Besta di Milano in collaborazione con l’Istituto Mario Negri, l’Università di Milano e il Nathan Kline Institute di Orangeburg a New York, sono riusciti a identificare una forma mutata di beta-proteina. Questa forma di proteina, testata in provetta, sarebbe capace di bloccare la produzione delle placche amiloidi alla base della malattia e che lei stessa, in forma ‘normale’, ne provoca la formazione.
Lo studio, pubblicato su Science, necessiterà di ulteriori test che saranno eseguiti su animali prima di approdare all’uomo.
Il prossimo passo sarà quello di riuscire a trasformare la scoperta in un farmaco capace di agire efficacemente su questa devastante malattia che colpisce sempre più persone anche in giovane età e che non è più, quindi, caratteristica esclusiva dell’età avanzata.
Un “colpo di intuito”, commenta Fabrizio Tagliavini direttore del Dipartimento di malattie neurodegenerative dell’Istituto Besta. Ed è proprio lui che ha incoraggiato gli scienziati ad analizzare il caso di un uomo di 36 anni colpito da Alzheimer precoce e aggressivo senza che questi avesse apparentemente alcuna familiarità per la patologia.

(Luigi Mondo e Stefania Del Principe)

fonte : http://www.lastampa.it/




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